Università: Vidino al corso di pedagogia della comunicazione

Rende(Cosenza) – Lorenzo Vidino, Responsabile del centro di deradicalizzazione della George Washington University e Consigliere del Governo Italiano è intervenuto all’Università della Calabria al corso di Pedagogia della Comunicazione tenuto da Mario Caligiuri, in cui durante le lezioni si sono affrontati anche i temi relativi al multiculturalismo e all’integrazione, sviluppati sotto il profilo educativo. Introdotto dal titolare del corso, Vidino ha sostenuto che si parla dei fenomeni di radicalizzazione nei paesi europei nonostante l’adozione di modelli di integrazione totalmente diversi, tra cui il modello multiculturale inglese e il modello di assimilazione francese. “Eppure – ha ricordato lo studioso – entrambi i Paesi hanno dei seri problemi di deradicalizzazione. In realtà nelle analisi si va a cicli. Infatti, qualche anno fa, nel 2005 ci sono stati gli attentati di Londra. Si diceva che era stato il multiculturalismo a lasciare spazi quasi eccessivi a queste comunità immigrate, creando, in un certo senso, marginalizzazione e polarizzazione e quindi determinando la Radicalizzazione. La Francia invece veniva vista come un Paese non problematico, ma dieci anni dopo si è dovuto constatare che anche il modello francese era anche messo sotto assedio.
La realtà è che, indubbiamente, c’è un aspetto socio-economico che è importante nel capire la radicalizzazione”. “Nella mia esperienza a Palazzo Chigi – ha detto Vidino – abbiamo cercato di capire perché l’Italia non avesse gli stessi numeri di soggetti radicalizzati e la medesima intensità del fenomeno di radicalizzazione di altri paesi europei. Se ad esempio prendiamo il numero dei foreign fathers: 1700 in Francia, 1000 in Germania, 1000 in Gran Bretagna, 125 in Italia. Sono dei grandi dilemmi che ci si pone del perché l’Italia nonostante abbia dei fenomeni di integrazione, relativi all’accesso al mondo del lavoro e all’istruzione, in Italia le comunità islamiche non sono state pervasive come, per esempio, in Canada, in Svezia, in Austria. Una delle conclusioni che abbiamo tratto è che forse non è solo una questione di integrazione o di mancata integrazione. Se un Paese come la Svezia che investe molto nell’integrazione ha 350 foreign fathers, mentre l’Italia ne ha un terzo, verrebbe quasi da evidenziare il paradosso: “meno integrazione uguale a meno radicalizzazione”? Chiaramente non ha senso che la mancanza di integrazione sia l’antidoto alla radicalizzazione, però è chiaro che non è solo una questione di integrazione”. Vidino ha poi proseguito sostenendo che “sulla radicalizzazione si usano tre livelli di analisi. La prima è quella Socio-economica che esamina le condizioni economiche a livello politico, prestando attenzione alle condizioni macro. La seconda analisi si concentra invece sulla condizione Micro, cioè alle condizioni psicologiche del soggetto, cercando di approfondire le ragioni della radicalizzazione dei singoli casi. Infine, si analizza il livello Meso, cioè i contatti personali. Si è spesso capito che la radicalizzazione avviene spesso per contatto tra soggetti radicalizzati”. Quest’ultima dimensione, ha argomentato Vidino, spiega ad esempio perché spesso abbiamo dei piccoli centri nevralgici dove avviene la radicalizzazione più che in altri luoghi. Prendendo ad esempio il fenomeno di radicalizzazione che in Italia avviene meno che in altri paesi, emergono degli aspetti singolari. Infatti, uno studio dell’ISPI basato sul database fornito dal Ministero dell’interno con tutti i dati dei 125 foreign fathers che partono dall’Italia per unirsi all’Isis, prende in esame tutti dati:da dove vengono, come si sono radicalizzati, se hanno precedenti penali ed altro. Quello che si nota è che geograficamente la distribuzione è molto particolare tipo: da Roma ne parte uno, da Napoli zero, da Palermo zero, invece ne partono dodici da Ravenna e sette da San Donà del Piave, paesino del Veneto. Da questi dati è chiaro che un’analisi sociologica ha dei suoi limiti, perché se da una città benestante come Ravenna ci sono questi numeri non è tanto una questione necessariamente di marginalizzazione socio-economica, ma è la presenza di reclutatori che riescono a raccogliere attorno a sé altri soggetti che poi possono avere problemi Socio-economici e anche delle debolezze dal punto di vista psicologico, però ci vuole l’operato di un soggetto carismatico che attrae attorno a sé questi personaggi. “In realtà – ha concluso Vidino – questi tre livelli di analisi aiutano a comprendere il complesso delle ragioni che determinano la radicalizzazione”.