Lamezia: al De Fazio di scena “La festa del ritorno e altri sapori”

Lamezia – In platea grande apprezzamento della scrittura di Carmine Abate, scrittore italiano di etnia arbëreshe, risultata straordinariamente semplice, e di grande considerazione alla Calabria e al meridione.
Sono stati, infatti, molti gli uditori,che hanno seguito lo scrittore e autore di numerosi racconti, romanzi e saggi: ieri sera la Sala Morabito dell’Istituto Tecnico Economico “Valentino De Fazio” di Lamezia Terme, ha ospitato, in anteprima nazionale,il reading letterario musicale dal titolo “La festa del ritorno e altri sapori”.
Ad accompagnare musicalmente le letture dello scrittore è stato il Maestro Cataldo Perri, bravissimo chitarrista battente di Cariati, che come dichiara il dirigente scolastico dell’Istituto, Simona Blandino, “sa darti emozioni, suscitare ricordi, e sogni.”
L’evento è statoorganizzato in collaborazione con il Lions club e il Rotary club di Lamezia Terme; tra i relatori ci sono anche Silvio Serrao Del Compasso, Consigliere di Club, e la prof.ssa Dromì, comp. Dir. Rotary Club Lamezia T., che sottolinea come questo sia un momento che si inserisce in quella che è anche una loro peculiarità, la promozione culturale. “Abate è un grande esportatore della nostra calabresità.”
Presenti anche il dott. Blandino, ispettore tecnico, e la dott.ssa Riggio, dirigente ATP Catanzaro.
Ad introdurre l’eventoè stata la Professoressa Concetta Ruberto, che passa la parola a Silvio Serrao, Consigliere di Club,che portati i saluti del Presidente Lions Club Lamezia T., Giovanni Garofalo, spiega l’evoluzione che c’è stata nell’ultimo anno nelle attività portate avanti dal club di appartenenza, in particolare riguardo gli scambi giovanili:“Lions Clubè da sempre presente in questa città”. E aggiunge, “il libro parla sostanzialmente di immigrazione. I libri di Carmine Abate sono prevalentemente incentrati sui temi dei migranti e degli incontri tra le culture”.
A ricordare le sue originiarbereshe, le stesse diCarmine Abate, è stata la dott.ssa Blandino: infatti, emozionata, racconta del senso di appartenenza alle proprie origini, e ai propri luoghi, “senso di appartenenza anche per il nostro istituto, edesideriamo trasferirlo anche ai nostri ragazzi. Puntiamo all’attaccamento alle radici che abbiamo noi, e ci auguriamo che anche i ragazzi abbiano.”
Lo stesso Prof. Blandini è di origini arabresh: “sono vissuto, e vivo, in un piccolo centro arabesh in provincia di Crotone. Ciò che ci contraddistingue è questo senso di appartenenza, in senso positivo. Il mioaugurio è che l’Albania entri al più presto nella Comunità Europea, per dare giusto valore a questa lingua che merita. L’albanese è una lingua indoeuropea. Non è un dialetto.”
Difatti, è proprio lo scrittore Abate, che crea i presupposti per meglio comprendere questa cultura, e lo fa proprio attraverso la lettura di alcuni frammenti dei suoi libri. “Mi piace leggere quello che scrivo. “La Festa del ritorno”, è uscito proprio oggi. Una collana nuova che esordisce con questo libro. È un libro che ha una storia lunga. Queste pagine sono una lunga storia di immigrazione. Raccontano di un uomo, Carmine, la storia di mio padre, emigrato in Germania, e la mia storia, che non sarei mai voluto emigrare. Avevo 21 anni quando andai all’università. La ferita della partenza. L’emigrazione però va vista come una ricchezza.”Parla di “Libri non da bruciare, ma che bruciano.”Nel suo romanzo, infatti, “La festa del ritorno”, mescola sapientemente termini arbëreshë, dialetto, e italiano. Vincitore dei premi Napoli e Corrado Alvaro e del premio Selezione Campiello. “La festa del ritorno” è insieme un’indimenticabile storia d’amore, un racconto di formazione e una preziosa testimonianza sulla nostra emigrazione.
Le sue sono storie che ci riportano davvero con uno sguardo al passato, dagli odori ai sapori trasferisce le sue emozioni anche quando ricorda la polenta con la ‘nduja preparata dalla moglie, “sintesi perfetta tra nord e sud”, e ne esalta “il sapore della cuntettezza in bocca” anche quando parla del sapore della frittata preparata dalla nonna.
Abate parla di tre partenze specifiche: di Carmine Leto, “nonno paterno di cui porto il nome, il primo a partire”, del padre e della sua di partenza.“Mio nonno mai conosciuto, scomparso nel 1932, 22 anni prima che nascessi”, e parla di una foto in cui lo ritrae conla moglie americana, che è un po’ la storia di molti dei nostri nonni. Come quelle delle “tasche scucite per rubare soldi. Tutto si aggiustava a questo mondo, all’in fuori della morte”. In particolare, spiega come “l’emigrazione l’ho capita in Germania, a Colonia, mentre un giorno insegnavo ai tedeschi: per loro ero un italiano; per gli italiani ero calabrese. Quando tornavo giù ero un arabesh; poi un trentino” e così via, e si domanda “dunque chi sono io? Contemporaneamente tutte queste cose mi insegnarono che non è vero che sono uno sradicato: ma ho più radici. Ovviamente quelle più profonde restano legate alla nostra terra di origine. Anche se sotto i piedi poi mi sono nate tante radici, io le chiamo le radici volanti. In definitiva, ho più lingue. Ho più sguardi.”
Nella conclusione dello spettacolo l’inedito del Maestro Cataldo, “voglio vivere per ambizione; mi sono avvicinato a questo concetto prima come persona e poi come scrittore. Questo è un concetto nuovo. È inutile piangersi addosso quando si è dovuti partire.”

Paola Gallo