Lamezia Terme, 19 luglio 2026 – Oggi Palermo e l’Italia intera si fermeranno per ricordare la strage di via D’Amelio. Il 19 luglio 1992, appena cinquantasette giorni dopo la terribile ferita di Capaci, un’altra esplosione spezzava la vita del giudice Paolo Borsellino e degli agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina. A distanza di anni, la memoria di quel giorno non può e non deve trasformarsi in una sterile ricorrenza. La memoria senza verità rischia infatti di diventare un rito vuoto, mentre solo la verità può rendere reale giustizia al sacrificio di chi ha dato tutto per lo Stato.
Il Binomio Falcone-Borsellino: Due Vite, Un Solo Ideale
Non si può comprendere la figura di Paolo Borsellino senza legarla profondamente a quella di Giovanni Falcone. Più che semplici colleghi, erano due anime sintonizzate sulla stessa identica frequenza di legalità. Cresciuti nello stesso quartiere di Palermo, la Kalsa, si ritrovarono uniti da un destino che li ha visti rivoluzionare per sempre la lotta a Cosa Nostra. Insieme, all’interno del pool antimafia ideato da Antonino Caponnetto, diedero vita al Maxiprocesso di Palermo, dimostrando per la prima volta l’esistenza di una struttura verticale, unitaria e spietata della criminalità organizzata. Falcone e Borsellino hanno rappresentato un binomio indissolubile di coraggio, rigore metodologico e profondo amore per le istituzioni.
Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola.
— Paolo Borsellino
Quando Falcone fu ucciso il 23 maggio, Borsellino seppe immediatamente di essere il prossimo obiettivo. Eppure, in quei cinquantasette giorni che lo separavano dal proprio destino, lavorò con una frenesia instancabile e senza sosta. Era pienamente consapevole che il tempo a sua disposizione stava per scadere, ma rimase fermamente deciso a fare il suo dovere di magistrato e di cittadino fino all’ultimo respiro.
L’Etica del Potere: Essere e Apparire Onesti
La statura di Paolo Borsellino come difensore dello Stato si misura anche e soprattutto attraverso la sua rigorosa visione dell’etica pubblica. Il giudice sosteneva con fermezza un principio che oggi risuona più attuale che mai: chi ricopre un incarico pubblico o rappresenta le istituzioni non deve soltanto essere onesto, ma deve anche apparire tale. Per Borsellino, la credibilità dello Stato non ammetteva zone d’ombra, ambiguità o frequentazioni inopportune.
La trasparenza esteriore non era una concessione al formalismo, bensì il pilastro su cui si fonda la fiducia dei cittadini nella giustizia. Quando un uomo delle istituzioni si muove in territori grigi, anche in assenza di rilievo penale, ferisce a morte la credibilità della funzione che esercita. Questo rigore morale, che Borsellino applicava anzitutto a se stesso, rappresenta una lezione fondamentale sulla responsabilità del potere e sul rispetto sacro che si deve alla cosa pubblica.
L’Ombra del Depistaggio: Quei Segreti che Pesano sullo Stato
Se la figura di Borsellino brilla per questa sua cristallina integrità, la storia giudiziaria che è seguita alla sua morte rappresenta purtroppo una delle pagine più buie della nostra Repubblica. Per anni, la ricerca della verità è stata ostacolata da quello che i magistrati stessi hanno definito il più grande depistaggio della storia giudiziaria italiana.
Questo tradimento si è consumato anzitutto attraverso la misteriosa sottrazione dell’Agenda Rossa, sparita dal luogo della strage pochi minuti dopo l’esplosione, un documento fondamentale che conteneva gli appunti del giudice sugli incontri e le indagini delle sue ultime settimane di vita. Parallelamente, il depistaggio si è alimentato della costruzione a tavolino di verità distorte attraverso falsi pentiti, le cui confessioni pilotate da apparati infedeli dello Stato hanno sottratto decenni alla giustizia, allontanando per sempre la scoperta dei veri colpevoli e dei mandanti occulti.
I segreti di Stato non sono misteri della fede. I misteri appartengono alla sfera dello spirito e dell’inconoscibile, mentre i segreti sono creati dagli uomini, spesso da pezzi di istituzioni deviate che hanno tradito il proprio mandato costituzionale. E proprio perché sono stati creati dagli uomini, questi segreti possono e devono essere svelati.
La Coscienza come Primo Tribunale
Chi ha contribuito a quel depistaggio e chi ha coperto le complicità tra pezzi dello Stato e criminalità organizzata ha rubato tempo prezioso alla giustizia e dignità al Paese intero. Se la giustizia degli uomini ha tempi lunghi e percorsi tortuosi, la coscienza resta in ogni caso il primo tribunale della storia. Essa può essere messa a tacere per un tempo determinato, ma non riuscirà mai a seppellire la verità per sempre.
Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini.
— Giovanni Falcone
Ricordare Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta significa raccogliere concretamente il loro testimone. Significa pretendere che ogni velo venga sollevato, perché un Paese che non ha il coraggio di guardare in faccia i propri mostri non potrà mai dirsi pienamente libero. Che la commemorazione non sia solo memoria, ma rinnovare un patto di resistenza civile e di instancabile, ostinata ricerca della verità.









