‘Ndrangheta: de Raho, volevano pagare cocaina in bitcoin

Roma – I clan di ‘ndrangheta avrebbero voluto pagare in bitcoin la partita di cocaina acquistata in Brasile in ma l’idea e’ stata bocciata: non per dubbi sull’affidabilita’ degli acquirenti ma per impreparazione dei venditori a gestire una transazione cosi’ sofisticata. Basterebbe da solo questo elemento – riferito dal procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, Federico Cafiero de Raho nel corso di una conferenza stampa – a testimoniare il livello raggiunto dall’organizzazione criminale attiva tra Italia, Europa e Sud America smantellata con una mega operazione internazionale di polizia che ha visto investigatori di diversi Paesi lavorare gomito a gomito in squadre investigative comuni. “E’ la prima volta – ha ricordato de Raho – che in una indagine di questo tipo fa la sua comparsa la moneta virtuale: a conferma che questi canali digitali rappresentano la nuova frontiera della criminalita’”.

L’import di cocaina – ha spiegato de Raho – ha coinvolto “un elevato numero di Paesi produttori, quali Colombia, Guyana, Suriname, Brasile, Ecuador e Peru’: ad essere movimentate sono state oltre 2 tonnellate di droga, un quarto delle quali sequestrate”.
Diversi i porti utilizzati, “da Anversa a Rotterdam a Gioia Tauro, ma anche Genova, Livorno e Napoli: in ognuno di questi scali l’organizzazione poteva contare su portuali incaricati di esfiltrare dai container la droga poi destinata ai vari mercati. Il dato piu’ preoccupante – ha sottolineato il procuratore nazionale antimafia – e’ che la ‘ndrangheta e’ in grado di operare, oltre che in Italia, in altri Paesi europei ed anche in Canada, dove sono attive oltre 50 ‘locali’, e in Australia mentre nei Paesi produttori lavorano veri e propri broker che si occupano della vendita degli stupefacenti”. Per non parlare della “capacita’ di infiltrarsi nelle economie, aprendo anche all’estero attivita’ legali, come ad esempio bar e ristoranti usati per riciclare il denaro ma anche per summit e incontri operativi”.
Dopo aver ricordato che l’operazione “European ‘ndrangheta connection” e’ nata proprio “dal monitoraggio di alcune attivita’ commerciali aperte in Olanda” da elementi riconducibili ad alcuni clan, il procuratore di Reggio Calabria Giovanni Bombardieri ha sottolineato che ” la ‘ndrangheta non si limita ad investire in certi Paesi: ci traffica”, forte della “capacita’ di riproporsi anche all’estero con le stesse metodiche e le stesse dinamiche criminali adottate nei luoghi di origine”.
Per il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, quando la ‘ndrangheta opera fuori dai confini nazionali “la sua identita’ mafiosa si rafforza ulteriormente, proprio perche’ e’ chiamata ad operare in settori illegali ad altissima redditivita’: la ‘ndrangheta va la’ dove e’ possibile sviluppare mercati criminali e gestire grandi affari”. Per Lombardo, lo stesso fatto che “le strutture criminali che interagiscono con la ‘ndrangheta non riescono a stare alla sua altezza (come dimostrato dal ‘no’ brasiliano al pagamento della droga in bitcoin, ndr), conferma una volta di piu’ come essa sia al momento la componente piu’ forte tra le organizzazioni criminali”, capace di “stare sul mercato” e di “far parte di un sistema criminale molto piu’ ampio”.

Novanta gli arresti eseguiti, anche in collaborazione con la Dea statunitense, nell’ambito dell’operazione contro un gruppo di stampo ‘ndranghetista, dedito al traffico internazionale di stupefacenti e riciclaggio e reinvestimento di rilevanti capitali finanziari, operante in Italia e nel Nord Europa: secondo gli investigatori, Giovanni Giorgi, 52 anni, originario di Bovalino (Reggio Calabria), rappresentava il principale punto di riferimento delle cosche di San Luca (Pelle-Vottari e Romeo) ma anche di Natile di Careri (Cua-Ietto) e Gioiosa Jonica (tramite gli Ursini) per il reinvestimento di capitali illeciti in attivita’ commerciali nel settore della ristorazione prima in Olanda e poi in Germania. Locali come “La Piazza 3” e l’adiacente gelateria “Cafe’La Piazza” di Bruggen, che garantivano anche supporto logistico ai traffici di cocaina proveniente dall’America Latina, stoccata tra Olanda, Belgio, Germania e distribuita anche in diverse regioni italiane.
Nel contesto del narcotraffico sono emersi esponenti delle cosche gia’ da anni stabilmente residenti all’estero, da dove coordinavano grosse importazioni di cocaina dall’America Latina, senza mai allentare i rapporti con la “casa madre”. Tra gli altri spiccano nomi noti nel panorama del traffico internazionale di stupefacenti quali i fratelli Giuseppe (gia’ latitante) e Francesco Marando, originari di Locri; Jose’ Manuel Mammoliti, Antonio Costadura, alias “U Tignusu, Domenico Romeo alias “Corleone”, Francesco Luca Romeo, Sebastiano Romeo e Domenico Strangio. Il compito di recuperare e modificare ad hoc numerose auto, dotate di complicatissimi doppifondi, cosi’ da renderle praticamente “impermeabili” ai normali controlli su strada da parte delle diverse forze di polizia, era affidato a un sodalizio di pregiudicati turchi, da anni trapiantati in Germania, dove gestivano un autonoleggio, mentre il trasporto della droga in Italia veniva delegato a fidati ed esperti corrieri che raggiungevano Calabria e Lombardia.
In Italia sono state emesse tre distinte ordinanze di custodia cautelare – in carcere e ai domiciliari – a carico di 70 persone, accusate a vario titolo di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, associazione mafiosa, riciclaggio, fittizia intestazione di beni ed altri reati, aggravati dalle modalita’ mafiose. Dieci gli arresti in Germania, sette in Olanda e tre in Belgio. L’inchiesta ha permesso anche di documentare i rapporti illeciti delle cosche di ‘ndrangheta monitorate con alcuni soggetti campani, tra cui la pluripregiudicata Maria Rosaria Campagna, donna del boss della mafia catanese Salvatore Cappello, indiscusso capo dell’omonimo clan di Catania (era lei a curare i rapporti tra le consorterie) ed i fratelli Serafino e Giulio Fabio Rubino.