Traffico beni archeologici calabresi, 23 misure cautelari

Crotone  – Ventitre misure cautelari in Italia e 80 perquisizioni, quattro delle quali nel Regno Unito e in Germania, Francia e Serbia. E’ il bilancio della maxi operazione (denominata “Achei”) eseguita dai Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale con il coordinamento di Europol ed Eurojust. I provvedimenti sono stati emessi dal gip del Tribunale di Crotone. Al centro delle indagini, coordinate dalla procura di Crotone, le attività di una holding criminale che, da tempo, gestiva un ingente traffico di beni archeologici frutto di scavi clandestini in Calabria e destinati anche all’illecita esportazione all’estero. Le indagini, avviate nel 2017, hanno permesso di recuperare numerosi reperti archeologici per un valore di diversi milioni di euro.

 

Le indagini hanno accertato l’esistenza di un vasto traffico, su scala nazionale ed internazionale, di reperti archeologici provenienti sia da scavi clandestini operati nei siti archeologici di “Apollo Aleo” a Cirò Marina, “Castiglione di Paludi” a Paludi (Cosenza) e nell’area di “Cerasello” (che, seppur non soggetta a vincolo, riveste un indiscutibile interesse archeologico), sia da tante altre aree private nelle province di Crotone e Cosenza.
Nel corso dell’attività investigativa sono stati recuperati diversi reperti archeologici risalenti al IV e al III secolo a.C. rinvenuti nella disponibilità di uno dei capi dell’organizzazione, quali 5 vasi e lucerne in terracotta, piatti con scene di animali, fibule e monili vari; sequestrati anche i mezzi meccanici e le attrezzature tecniche utilizzati per l’escavazione del terreno e per le ricerche archeologiche clandestine. Durante le perquisizioni di oggi sono stati trovati e sequestrati in diverse abitazioni in altre regioni italiane altri reperti provenienti verosimilmente dal Crotonese per un valore di svariati milioni di euro.

“Crotone è al centro di interessi internazionali e custodisce un tesoro che accende gli appetiti illegali di mezzo mondo: per questo servono segnalazioni da parte di tutti che denuncino chi impoverisce questo territorio”. Lo ha detto il procuratore della Repubblica di Crotone, Giuseppe Capoccia, nel corso della conferenza stampa per illustrare i dettagli dell’operazione Achei, che questa mattina ha portato all’arresto di 23 persone. Il procuratore ha evidenziato l’importanza internazionale dell’indagine e “l’efficacissima collaborazione in ambito europeo di Europol ed Eurojust che hanno permesso perquisizioni in quattro stati Europei”. Il tenente colonnello Valerio Marra, comandante gruppo carabinieri Tpc di Roma, ha sottolineato: “Qui la ricchezza sta sotto il terreno, una ricchezza che qualcuno ha cercato di violentare, di cancellare per sempre per farne un mercato illecito”. Il capitano Bartolo Taglietti, comandante del Nucleo Tpc dei Carabinieri di Cosenza, ha spiegato come è stata svolta l’indagine con l’ausilio di droni e intercettazioni che hanno permesso di scoprire i ruoli che ognuno degli indagati aveva nell’organizzazione. Alla conferenza hanno partecipato in collegamento dalla sede di Eurojust de L’Aia, il magistrato Teresa Magno, mentre a Crotone era presente Miguele Villanueva di Europol. Quest’ultimo ha evidenziato l’importanza dell’operazione e della collaborazione con il Nucleo tutela patrimonio archeologico dei carabinieri: “E’ l’unità migliore in Europa per le indagini. Questa di Crotone è la più grande operazione di supporto investigativo attualmente in corso in Europa in materia di contrasto al traffico di beni culturali. Attività importante per la qualità dell’indagine oltre che per il numero di persone arrestate”.

 

 

Traffico beni archeologici: “sistema saccheggi” in atto da anni
E’ “un sistema di saccheggi” che andava avanti da anni quello scoperto in Calabria dai Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale con l’operazione “Achei”. Nel mirino un gruppo di tombaroli che – spiegano gli investigatori – agendo “nell’ambito di una organizzazione criminale con specifica ripartizione di compiti e di ruoli, e servendosi di tale struttura”, è riuscito a procurarsi un gran numero di reperti archeologici destinato al mercato clandestino italiano ed estero attraverso una fitta e complessa rete di ricettatori.
L’organizzazione – costituita da tombaroli, intermediari e ricettatori – “per qualità e quantità di illeciti commessi, nonché per caratteristiche strutturali ed organizzative” rappresenta un vero e proprio fenomeno criminale che, secondo la definizione del gip, costituisce la “criminalità archeologica crotonese”, radicata nella provincia e capace di alimentare il reddito di interi gruppi familiari.
Le fasi del traffico illecito sono state documentate dettagliatamente attraverso intercettazioni telefoniche ed ambientali, riprese video, pedinamenti, sequestri, fino ad arrivare alla vendita ai collezionisti finali. I vertici dell’organizzazione hanno diretto e controllato l’attività dei componenti, pianificato le singole spedizioni ed individuato i luoghi di interesse, grazie alle specifiche competenze in materia. Inoltre, hanno predisposto modalità operative tali da scongiurare, o quanto meno contenere, il rischio di controlli da parte delle forze dell’ordine, anche attraverso l’utilizzo di canali di comunicazione di difficile intercettazione.
I sodali, dal canto loro, si sono mostrati astuti e prudenti, consapevoli di dover “parlare poco” e di utilizzare un linguaggio criptico per riferirsi al materiale archeologico: “appartamenti”, “asparagi” o “motosega”, termine con il quale veniva abitualmente indicato il dispositivo “cerca metalli”.

Traffico beni archeologici: scavi condotti “con impietosa violenza”
In un’area di interesse archeologico, il gruppo criminale smantellato dai Carabinieri con l’operazione “Achei” ha operato scavi clandestini “con impietosa violenza, scagliando colpi al suolo attraverso l’utilizzo di un escavatore, nell’ingordo intento di sottrarre quanto di più prezioso il sottosuolo ancora custodiva”. Lo rendono noto i Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale che hanno filmato la scena con l’aiuto di un drone.
In quella circostanza, il disegno criminoso non è stato portato a compimento solo grazie all’intervento immediato degli stessi militari che bloccarono, in flagranza di reato, alcuni degli arrestati di oggi. Nelle stesse riprese appaiono anche altre persone che, seppure non impegnate direttamente nell’attività di scavo clandestino, erano intente ad “esaminare” il terreno mediante l’impiego di sofisticati metal detector.