Intelligence, Carlo Jean al Master dell’Università della Calabria

Rende – Carlo Jean, Generale di Corpo d’ Armata, saggista e geopolitico, ha tenuto una lezione dal titolo: “La geoeconomia nel mondo post-covid. Dalla globalizzazione agli accordi regionali”, durante il Master in Intelligence dell’Università della Calabria, diretto da Mario Caligiuri.

Jean ha iniziato affermando che l’economia ha un forte impatto sulla politica. “E’l’economia che garantisce i mezzi alla politica per poter agire e sviluppare i propri programmi. Mentre la mano visibile della legge dello Stato deve garantire la sicurezza interna ed esterna e la coesione sociale, attraverso un’equa distribuzione della ricchezza. Tuttavia la globalizzazione, che si è imposta soprattutto negli ultimi venti anni del secolo, ha aumentato le diseguaglianze sia tra gli Stati, sia tra il nord ed sud, l’est e l’ ovest del mondo provocando un’immigrazione incontenibile ma anche crescenti disuguaglianze tra classi sociali. Il XXI secolo segna il ritorno al sovranismo e al protezionismo, sia per alcuni fallimenti della globalizzazione
sia perché le politiche di alcuni movimenti all’interno dell’Europa e dell’America di Donald Trump hanno rinvigorito queste tendenze”.

A proposito, il docente ha ripercorso i rapporti storici intercorsi tra gli Stati Uniti e la Repubblica Popolare Cinese, protagoniste della costruzione del nuovo ordine mondiale.
“Gli Stati Uniti – ha affermato il docente – nei primi anni del Novecento hanno scelto di appoggiare, durante guerra civile scoppiata tra nazionalisti e comunisti cinesi, il generale Chiang kai-shek che perse nello scontro con il
comunista Mao Tse-tung e fu costretto ad isolarsi a Taiwan. Da quel momento gli USA hanno avuto rapporti molto conflittuali con questo Paese, ritenendo la Cina un satellite dell’Unione Sovietica. Nel 1972 i due Paesi avviarono un rapporto di collaborazione, dopo un viaggio in Cina del Presidente degli Stati Uniti Richard Nixon e del Segretario di Stato Henry Kissinger. Tuttavia questo rapporto si interrompe intorno al 2010 quando la Cina lancia la strategia della “nuova via della seta”, cercando di unificare l’Eurasia sotto il proprio controllo e di migliorare i collegamenti e gli scambi commerciali, inglobando anche la direttrice polare con investimenti in Islanda ed in Groenlandia, che riguardano l’energia ma soprattutto le terre rare”

Richiamando il pensiero di Giulio Tremonti, il docente ha affermato che gli USA hanno perso una serie di vantaggi da quando la Cina è entrata nell’Organizzazione mondiale per il commercio, poiché alla libertà di commercio non è corrisposta da parte della Cina un uguale rispetto dell’ambiente e delle condizioni di lavoro. “Questo ha prodotto – secondo Jean – delle asimmetrie a vantaggio della Cina, che è diventata la fabbrica del mondo. Si stima che l’impero del dragone eguaglierà il prodotto interno
lordo degli Stati Uniti d’America intorno al 2030, anticipando di 5 anni questo risultato. Tuttavia, è bene precisare che il raggiungimento della ricchezza non significa eguagliare la potenza americana, perché a livello militare gli Stati Uniti hanno un predominio non facile da equiparare. Inoltre la Cina ha una serie di problemi interni di non facile soluzione. In primo luogo è svantaggiata geograficamente perché lo Stretto delle Malacche, lungo 700 kilometri, è monitorato costantemente dalla quinta flotta americana del Pacifico con base a Singapore. Inoltre, le tensioni tra le regioni del nord, che sono a prevalenza contadine, e le regioni del sud, più industrializzate, rendono instabile il Paese. L’insufficienza di acqua, poi, impedisce la produzione di cereali e proteine per soddisfare il fabbisogno alimentare, rendendola dipendente da altri Paesi. Anche il debito cinese potrebbe trasformarsi in una trappola perché tanti Stati non sono in grado di restituire i prestiti e questo potrebbe alimentare delle politiche anti-cinesi. La Cina non può neppure contare su relazioni internazionali solide. L’unico alleato sicuro è il Pakistan, che ha forti tensioni con l’India, paese quest’ultimo molto ostile verso la Cina”

Ha quindi sostenuto che “non è un caso se gli Stati Uniti hanno siglato accordi con l’India, il Giappone e l’Australia, che operano nell’area di influenza della Cina. Inoltre il Presidente americano Joe Biden ha rilanciato l’alleanza con le democrazie occidentali ed in particolare con l’Europa. Tuttavia nello scenario internazionale per la costruzione dell’ordine mondiale, l’Unione Europea è la grande assente. Il Vecchio Continente, infatti, non ha una politica di difesa comune perché è divisa al suo interno, in quanto i Paesi hanno interessi confliggenti. Inoltre l’uscita dalla zona euro della Gran Bretagna l’ha resa certamente più debole sul piano internazionale”.

“Nel contesto europeo e internazionale – ha argomentato il generale – ancora meno importante è il ruolo dell’Italia. Storicamente, infatti, la nostra non è mai stata una Nazione indipendente. La nascita dello stato unitario è stata favorita dalla Gran Bretagna, mentre la Germania ha contribuito a creare l’industria e le banche del nostro Paese. Nel secondo dopoguerra, dopo essere stata sconfitta, l’Italia è stata ridotta ad una potenza di rango inferiore. Solamente durante la guerra fredda il nostro Paese è riuscito ad avere una sua autonomia, sia per la presenza ideologica del Partito Comunista più forte dell’Occidente, sia per la sua posizione strategica al centro del Mediterraneo che ha permesso di costruire ottimi rapporti con i Paesi Arabi. Alla fine della guerra, l’Italia pur essendo entrata a far parte della Comunità Europea è riuscita a mantenere una stretta relazione con gli Stati Uniti d’America”.

Oggi il nostro Paese ha diversi problemi, ha sostenuto Jean, “primo tra tutti un forte divario economico tra il nord ed il sud del paese ed un declino demografico rilevante. Anche la presenza delle mafie nei nostri territori impedisce un sostanziale sviluppo. Pertanto, l’Italia non potrà assolutamente svolgere un ruolo da protagonista all’interno dell’Unione Europea ed a livello internazionale fino a quando non riuscirà a colmare queste diversità territoriali, realizzando così una crescita economica consistente”.