Il berretto a sonagli di Luigi Pirandello al Grandinetti di Lamezia

Lamezia Terme – (di Giovanni Mazzei) – Una burrascosa pioggia rende difficile la percorrenza delle strade cittadine. La colorata tela degli ombrelli cede sotto il peso dell’acqua che Giove Pluvio ha deciso di scaraventare su Lamezia Terme. Eppure tutto questo, nonostante i cappotti siano zuppi e i capelli un po’ madidi, viene presto dimenticato al cospetto del rosso velluto che impera all’interno del Teatro Grandinetti.
Terzo appuntamento ieri sera per la rassegna Vacantiandu, firmata Diego Ruiz e Nico Morelli, ospite dello splendido teatro lametino questa volta è la compagnia iBaki di Mendicino (CS), la quale sotto la direzione di Imma Guarasci ha portato sulla scena “Il berretto a sonagli” di Luigi Pirandello.
Il capolavoro pirandelliano nonostante gli anni mantiene intatta la sua lucida e tagliente provocazione, offrendo non solo uno spaccato della società sicula ma anche una grande introspezione umana che consente di muovere tutte le corde dell’anima, le quali, secondo uno dei protagonisti dell’opera, sono tre: la corda civile, la corda serie e la corda pazza.

La storia racconta il tormento vissuto da Beatrice (Monica Rossi), la quale dopo molto pensare decide di voler denunciare il proprio marito e la sua relazione adulterina. La donna con la quale il Cavaliere matura questo tradimento è la donna di Ciampa (Luigi Gaudio), suo uomo di fiducia.
Ciampa è un becco, un uomo tradito e di ciò consapevole; ha il dovere di evitare gli scandali e tenere pulito il nome della sua famiglia e di quella del Cavaliere, suo datore di lavoro. È quindi nettamente contrario ad ogni denuncia che renda pubblico il tradimento della moglie.
Ma Beatrice è sempre più convinta nel voler sporgere questa sua denuncia, nell’attuare questo suo atto di ribellione societario e femminista; a spingere la donna in tale impresa è anche la conversazione con la Saracena (Emanuela Grillo), che grazie ai suoi pupi riesce a convincerla nell’effettuare tale scelta.
Tema portante della commedia sono proprio i pupi (l’Opera dei Pupi dal 2008 è inscritta tra i patrimoni orali e immateriali dell’umanità dell’Unesco), in quanto feticcio dell’uomo, delle sue scelte, delle sue finzioni e delle sue bugie. Il pupo come prestigio sociale che l’individuo è costretto a difendere; il pupo, quel pupazzo con cui nascondiamo la meschina realtà di ognuno di noi, anche a costo di pagare un prezzo altissimo.

Beatrice denuncia, ma per la famiglia (Assunta, la madre: Rita De Cicco; Fifì, il fratello: Alessandro Bartoletti) lo scandalo deve nascondersi. Come fare?
Basterà far passare Beatrice per pazza, facendo così perdere alle sue accuse ogni fondamento di sana verità.
In fondo è semplice, come suggerisce Ciampa, basta dire la verità, gridarla in faccia a tutti, nessuno vi crederà e prenderanno Beatrice per pazza. Una pazza con un berretto a sonagli in testa, il berretto portato dal buffone, il copricapo della vergogna ostentato davanti a tutti.
“Ogni pupo, signora mia, vuole portato il suo rispetto, non tanto per quello che dentro di sé si crede, quanto per la parte che deve rappresentar fuori”.
Basterà gridare in faccia a tutti la verità, mormora perciò crudelmente Ciampa all’orecchio di Beatrice e lei davvero impazzisce; lo spettacolo termina con una orrenda risata di rabbia, selvaggio piacere e sconfinata disperazione.
Lasciando impressa nello spettatore una fra le tante frasi: “non c’è più pazzo al mondo di chi crede d’aver ragione!”.

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