Perseo: Battista Cosentino, era tutto “na fitinzia”

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-di Stefania Cugnetto-

Lamezia Terme – “Era tutto una fezza, na fitinzia”, questa la descrizione del pentito Battista Cosentino, che oggi nell’aula Garofalo, ha risposto alle domande dell’accusa e della difesa. Cosentino descrive la consorteria mafiosa, quella dei Giampà, alla quale avrebbe preso parte come “una fezza, una cosa di cui mi vergogno, tutti tradivano tutti”. Il pentito parla di poco rispetto tra gli affiliati, di guerre intestine nella cosca e di personaggi che si “sentivano mafiosi e ne andavano orgogliosi”. Non ha risparmiato nessuno il 51enne, collaboratore dal 2012, che ha descritto gli affiliati come una “massa di sbandati, me compreso”, che si dedicavano a spaccio, omicidi, truffe assicurative ed estorsioni. Battista Cosentino si è descritto come “ammiratore di Pasquale Giampà”, specificando che il suo compito era quello di autista, ma ha poi aggiunto che dal 2009 al 2011, anni in cui Pasquale Giampà era detenuto, il pentito rispondeva agli ordini dell’ex boss Giuseppe Giampà e di Angelo Torcasio, ora entrambi collaboratori di giustizia. Cosentino ha attaccato fortemente in aula i professionisti lametini che, secondo la sua ricostruzione, si “prestavano” alla cosca , i cosiddetti “colletti bianchi”. “Chicco Scaramuzzino si sentiva forte quando era con i Giampà – ha detto in aula- era l’avvocato della famiglia, svolgeva tutte le pratiche per le truffe assicurative e per i falsi certificati medici, anche lui si arricchiva alle spalle della povera gente”.

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Il pentito ha parlato anche di presunti falsi certificati rilasciati dal dottore Carlo Petronio, “lo sapeva tutta Nicastro, con 50euro ti faceva un certificato di 20 giorni di malattia”. Il racconto del collaboratore si è soffermato su alcuni presunti esponenti della cosca, in particolare sull’imputato Antonio DeVito, con il quale Cosentino avrebbe collaboratore per commettere alcune estorsioni. Il pentito ha parlato anche di una moto, che poi sarebbe stata usata per l’omicidio di Federico Gualtieri, e che sarebbe stata custodita a casa della compagna di De Vito. Cosentino ha inoltre raccontato di una riunione alla quale avrebbe accompagnato De Vito, una riunione in cui si doveva discutere della “pace a Lamezia”, “ma poi –ha spiegato- non è stata fatta perché mancava Nino Cerra”. A questa riunione, secondo il collaboratore, ci sarebbero state anche famiglie mafiose non lametine, tra questa Peppe Antonio Vitaliano di Taurianova, che sarebbe dovuto essere il garante per i Giampà per mantenere la pace in città. Cosentino è l’ultimo dei collaboratori che sarà ascoltato dal tribunale per il rito ordinario e con il suo controesame si sono quindi conclusioni le escussioni dei numerosi collaboratori di giustizia. Gli avvocati della difesa hanno posto le loro domande al pentito, tornando sui vari episodi che lo stesso aveva ricostruito. Molte arringhe difensive si sono basate sui racconti “per sentito dire” del Cosentino, che molto spesso ha ammesso di essere al corrente di informazioni non per diretta conoscenza, ma perché “le cose si sanno, la cosca è come una famiglia, tutti sanno tutto di tutti”. L’avvocato Francesco Pagliuso ha depositato presso il Tribunale una sentenza in cui il Cosentino è stato accusato di “calunnia”, mentre l’avvocato Leopoldo Marchese ha messo alla prova la memoria del collaboratore, tornando spesso sull’estorsioni da lui gestite e sull’attentato nei confronti di Egidio Muraca. Si sono poi susseguiti i controesami degli avvocati, Siracusano, Bitonti, Murone e Ferraro, che sono tornati sulle posizioni dei propri assistiti. Il Tribunale, presieduto dal giudice Carlo Fontanazza, si riunirà venerdì prossimo per ascoltare i testimoni della polizia giudiziaria. Il pubblico ministero. Elio Romano, chiamerà poi, nelle prossime udienze, testimoni privati e parti offese, saranno ascoltate almeno 30 persone.