Scuola: riforma, messaggio pedagogicamente devastante alla società

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di Fiore Isabella – Insegnante di Scuola Primaria

Lamezia Terme – Ora che dalla sala travaglio di Montecitorio si è sentito il primo vagito della neonata “Buona Scuola(?)” dovremmo essere tutti soddisfatti anche per il nome apparentemente rassicurante ma, in realtà, pensato dalla coppia Renzi-Giannini per affermare la loro autoreferenzialità nel dare alla luce uno strumento che ha a che fare con i “saperi” e con la “libertà”.
Un travaglio lungo e laborioso, difeso con accanimento di fronte agli scongiuri di chi nella scuola vive e allo sconcerto di chi di scuola si intende e che ha dovuto, in particolare nella scuola elementare oggi primaria, subire lo smantellamento della riforma Falcucci da parte dei ministeri Moratti e Gelmini, fedeli compagne (istituzionali s’intende) dell’imprenditore di Arcore, che hanno senza colpo ferire azzerato l’organizzazione modulare, riducendo gli organici e aumentando il numero degli alunni per classe, con gravi e negativi riflessi su quelle con bambini con handicap. Amo ricordare le resistenze di molti dirigenti che in assenza degli insegnanti invece di nominare il supplente, anche nelle circostanze in cui le norme lo consentivano, si arrangiavano accorpando le classi e fornendo all’utenza un servizio formativo da quarto mondo. Sì, proprio quei presidi a cui i due illustri genitori della neonata “Buona Scuola” hanno aumentato i poteri trasformandoli da burocrati con la passione manageriale in padri-padroni. Una vera rivoluzione, che neanche i governi più sordi del passato hanno avuto l’ardire di realizzare: lo smantellamento di ciò che aveva resistito in passato, come la neutralità dei criteri di individuazione dei docenti e il passaggio alla “chiamata diretta” da parte dei dirigenti Scolastici definiti leader educativi. E in effetti gli unici baciati dalla cicogna sono proprio loro a partire dal ruolo centrale nella composizione dei nuclei di valutazione, demandato esclusivamente agli apparati (dall’insegnante individuato dal dirigente al componente esterno individuato dall’Ufficio Scolastico Regionale). Tutto ciò che è comunque indicato all’interno dei nuclei di valutazione, cioè il territorio (famiglie e società civile) ha esclusiva funzione di rappresentanza e nessuna possibilità di scongiurare il rischio di una totale coincidenza dei ruoli tra valutatori e valutati.
Tutto il resto, dal viso apparentemente paffutello della nuova creatura che sicuramente intenerirà il cuore delle scuole Paritarie con bonus e detrazioni, ai criteri discrezionali di riconoscimento dei meriti ad alcuni insegnanti piuttosto che ad altri è quanto di più prevaricante si possa immaginare. Di fronte a ciò, si fa seria la possibilità che il tema dell’istruzione venga percepito dal senso comune non più come occasione di pratica della democrazia ma come materia per la selezione e per la distribuzione di disuguaglianze, in cui la scuola del maestro stratega delle situazioni umane, cognitive e relazionali si trasforma in scuola del maestro sotto ricatto: scienziato asettico dell’apprendimento.
Sono seriamente preoccupato dall’assenza totale di cultura del diritto, e non solo pedagogica, di chi ha partorito la “Riforma (?)” e dal fatto che un governo che si definisce alternativo alle destre non abbia neppure saputo attingere da un ministro conservatore, la signora Falcucci, che abolì il maestro unico aprendosi alla pluralità dei docenti,coinvolgendo, in tale operazione, decine di Saggi per la stesura dei Programmi della scuola Elementare del 1985 e per la riforma dell’Ordinamento del 1990.
Questo governo, al contrario, ha inteso operare sfidando sindacati, oppositori parlamentari, anche interni alla sua maggioranza, insegnanti precari preoccupati dai ridondanti poteri concessi ai Dirigenti, mandando, a mio avviso, un messaggio pedagogicamente devastante alla società nel suo complesso che, parafrasando alcuni spunti di riflessione di Raffaele Iosa nel suo libro “La scuola mite”, riassumerei così: un governo effettivamente democratico, capace di operare con mitezza, trova senso dal fatto che interpreta l’uomo (il cittadino) “ascoltandolo” e non solo parlando a lui o, peggio ancora, “decidendo per lui”.