Salvini avverte Di Maio, centrodestra indica premier

Roma – “Nel rispetto di tutti, il prossimo premier non potra’ che essere indicato dal centrodestra”. A ventiquattro ore dall’elezione dei presidenti di Camera e Senato che ha visto trionfare l’asse Lega-M5s, Matteo Salvini ferma su nascere tutte le illazioni di chi vede gia’ la Lega in fuga dalla coalizione di centrodestra. Certo, la formula utilizzata dal leader leghista – “indicato dal centrodestra” e non “del centrodestra” – lascia il campo aperto a personalita’ non strettamente politiche, espressione della societa’ civile, ad esempio, del mondo dell’imprenditoria. Quel che e’ certo, tuttavia, e’ che l’iniziativa spetta alla coalizione che ha ottenuto il 37 per cento e, dunque, a Salvini-Meloni-Berlusconi.
Anche ieri, a pochi minuti dall’elezione di Elisabetta Casellati e Roberto Fico alle presidenze di camera e senato, Salvini era comparso davanti alle telecamere per sottolineare che “si riparte dal centrodestra”. E se M5s non dovesse starci, ecco che il luogotenente di Salvini, Giancarlo Giorgetti, indica un piano B: “In Parlamento c’e’ tanta gente eletta nei collegi uninominali che magari ha messo qualcosa di suo, degli amministratori locali, persone che possono condividere quello che sara’ il programma che Salvini proporra’”. Perche’ “immagino che sara’ incaricato”, aggiunge Giorgetti. Tradotto: senza il M5s si cercano voti in Parlamento, “uno ad uno” come spiega anche Giorgia Meloni. Ma le prese di distanza da Di Maio e compagni non si fermano alla formazione del nuovo governo. Vanno oltre, interessano il programma. Il reddito di cittadinanza, ad esempio, la misura ‘regina’ della campagna elettorale M5s va “declinata in altro modo”, spiega ancora Giorgetti, ‘homo economicus’ della Lega: “se c’e’ qualche cosa che orienti o incentivi la ricerca del lavoro, puo’ essere valutata”. Insomma, nulla e’ scontato sul cammino verso il nuovo governo. Cammino tortuoso e con mille incognite, anche per le tensioni e le incertezze che gravano su due protagonisti fino a ieri della scena politica: Forza Italia e il Partito Democratico. Il modo in cui e’ maturata la candidatura di Elisabetta Casellati, dopo lo strappo su Paolo Romani e la scelta iniziale della lega di votare Anna Maria Bernini, ha scosso profondamente il partito di Silvio Berlusconi.

Il Cavaliere e’ descritto come molto provato dalle trattative degli ultimi giorni, ma anche determinato a non restare fuori dalla partita per il governo. Dentro il partito i malumori aumentano e mettono in discussione anche i capigruppo Paolo Romani, che ieri si chiudeva la bocca con entrambe le mani davanti ai giornalisti che gli chiedevano un commento sulle trattative condotte a palazzo Grazioli, e Renato Brunetta, a cui viene attribuita la tentazione di lasciare il gruppo per aderire al Misto.
Cosi’, anche l’elezione dei nuovi capigruppo, prevista per martedi’, diventa una mina potenzialmente letale. Nel caso le tensioni non dovessero rientrare, in pole per la guida dei gruppi di Camera e Senato ci sarebbero, rispettivamente, Anna Maria Bernini e Maria Grazia Gelmini. Dall’altro lato del campo, il Partito democratico gode di salute ancora peggiore. Alla sconfitta elettorale e alle dimissioni di Matteo Renzi da segretario, e’ seguita l’elezione dei Presidenti delle camere che ne hanno certificato la marginalita’ politica. Una marginalita’ in un certo senso ‘cercata’ dallo stesso Pd che sposa la linea Renzi del ‘tocca a loro’.
Ovvero, il Pd lascia la palla ai vincitori delle elezioni perche’ si assumano fino in fondo “oneri ed onori” del governo, come sottolineato anche dal segretario Maurizio Martina. Se poi dovesse rendersi necessario il contributo dei dem per facilitare il lavoro del Presidente della Repubblica in sede di consultazioni, questo non manchera’ di certo, aggiunge Martina: “noi ascolteremo le indicazioni del Presidente Mattarella, ma non voglio nemmeno lontanamente strattonare il Presidente della Repubblica o anticipare scenari che non mi competono. Noi saremo con lui nella valutazione di questo scenario”. Se quelli che hanno vinto “non saranno in grado di garantire una prospettiva, dovremo lavorare e lavorare sodo per mettere la nostra forza al servizio del paese”. Da valutare, tuttavia, quanto rimanga della forza di cui parla Martina in un momento di riassetto del partito. Le elezioni dei capigruppo, martedi’, daranno una prima risposta sullo stato di salute del partito.
In campo per il Senato c’e’ l’ultra renziano Andrea Marcucci, il cui nome ha fatto storcere piu’ di un naso non solo nella minoranza del partito. Se non sara’ lui, tuttavia, ci potrebbe essere lo spazio per eleggere capogruppo un senatore che per storia personale non sia direttamente collegato all’ex segretario, ma goda comunque della sua fiducia, come l’orfiniano Francesco Verducci. Alla Camera, i nomi dei dem in corsa sono quelli di Lorenzo Guerini o del capogruppo uscente Ettore Rosato. Nomi, ancora una volta, che rimandano direttamente ala figura dell’ex segretario. E per questo, la scelta potrebbe essere quella di ‘andare a dama’ con Marcucci, sacrificando Guerini e Rosato in favore di Graziano Delrio, ex ministro vicino a Renzi, ma dal profilo piu’ ‘di garanzia’.