
Mappa territoriale delle Diocesi in Calabria.
Lamezia Terme, 11 settembre 2026 – Il sistema sanitario regionale calabrese versa in uno stato di crisi strutturale e di perenne emergenza, frutto di riforme gestionali che hanno fallito nel raggiungimento dei loro obiettivi primari. La promessa di un’efficienza manageriale fondata sull’accorpamento delle strutture e sulla razionalizzazione della spesa ha prodotto un’esplosione dei debiti, la chiusura dei presidi locali e una fuga incontrollata di pazienti verso altre regioni. Per comprendere le origini di questo disastro istituzionale e organizzativo, occorre analizzare l’impatto della progressiva centralizzazione della governance e l’abbandono della capillarità territoriale.
La genesi di questa deriva risale all’improvviso accorpamento del 2007, quando la giunta Loiero e l’assessorato alla salute guidato da Doris Lo Moro ridussero con un blitz notturno le Aziende Sanitarie Locali da 11 a 5. Un’operazione varata in pochi giorni, priva di qualsiasi studio di fattibilità costi-benefici o di un’analisi preventiva dei bilanci, nel tentativo disperato e vano di scongiurare il commissariamento. Il risultato fu l’effetto opposto: nel 2009 scattò il commissariamento con l’avvio di un Piano di Rientro diventato una condanna ultradecennale. Piuttosto che risanare i conti, la creazione delle mega-Aziende Sanitarie Provinciali ha provocato un ulteriore ed esponenziale aumento del debito. L’accorpamento ha generato mostri burocratici e contabili: la nuova ASP di Catanzaro, ad esempio, dopo aver inglobato l’Azienda Sanitaria di Lamezia Terme, ha impiegato anni solo per ricostruire il patrimonio dei beni materiali o immateriali, finendo per spalmare sulla comunità lametina i voraginosi debiti accumulati da Catanzaro a causa della proliferazione delle cliniche private accreditate.
L’applicazione di tagli lineari e il blocco del turnover hanno provocato la chiusura degli ospedali di frontiera e la desertificazione dei distretti sanitari di base. Piuttosto che generare risparmi virtuosi, queste misure hanno smantellato la medicina di prevenzione e di prossimità. Il depauperamento del sistema pubblico ha alimentato la migrazione sanitaria verso Nord e verso i privati, creando un paradosso economico in cui la riduzione dei servizi si è tradotta in un aggravamento della mobilità passiva. In questo quadro si inserisce anche la recente proliferazione di enti centralizzati come Azienda Zero, concepita per gestire acquisti e programmazione ma rivelatasi una duplicazione burocratica delle funzioni già attribuite al Dipartimento Salute della Regione Calabria.
Il principio di suddivisione del potere rappresenta un caposaldo del funzionamento democratico, poiché l’accentramento decisionale e finanziario priva le comunità locali degli strumenti di controllo e aumenta l’opacità amministrativa. Quando la gestione della salute viene concentrata in poche strutture di dimensioni gigantesche, l’amministrazione applica modelli rigidi a territori con esigenze geografiche, demografiche e viarie profondamente eterogenee. L’incapacità dell’ente centralizzato di rispondere tempestivamente ai bisogni dei cittadini crea un vuoto d’offerta, a tutto vantaggio del settore privato. L’ipotesi di un ulteriore accorpamento in un’unica ASP regionale decreterebbe la morte definitiva della sanità pubblica calabrese, determinando un’ulteriore lievitazione dei debiti e il totale asservimento agli interessi privati.
Per invertire la rotta non servono ulteriori riassetti verticistici, bensì un deciso ritorno alle specificità territoriali. L’ipotesi di abolire le mega-aziende provinciali per ripristinare le ASL modellate sui confini delle diocesi calabresi individua una chiave di riorganizzazione basata sulla geografia umana, storica e logistica della regione. I confini diocesani in Calabria sono stati storicamente plasmati su bacini d’utenza naturali, vallate, vie di comunicazione e presidi sociali, rispecchiando la reale articolazione delle comunità locali in modo molto più fedele rispetto ai confini amministrativi provinciali. Solo i filtri di prossimità, ancora operativi in diverse regioni virtuose d’Italia, possono garantire trasparenza amministrativa e rigorosi controlli preventivi.
Il passaggio da un modello accentrato e distante a una rete di aziende sanitarie locali a misura di territorio permetterebbe di restituire fluidità alle decisioni operative e di avvicinare la programmazione ai bisogni effettivi della popolazione. A differenza delle grandi strutture provinciali, caratterizzate da maxi-bilanci opachi e da una cronica spersonalizzazione dei servizi, la dimensione locale garantisce una gestione diretta delle emergenze, il ripristino della medicina di continuità e un bilancio trasparente, verificabile dai comitati di distretto e dagli enti locali. Ricostruire la sanità calabrese partendo dai confini storici e comunitari del territorio non rappresenta un ritorno al passato, ma la scelta pragmatica di riavvicinare le cure ai cittadini per tutelare un diritto fondamentale.









